NFO best of 2025

Come ogni anno, eccovi la consueta lista (in nessun ordine particolare) dei migliori dischi usciti nel 2025 selezionati per voi dalla redazione di Radio NFO. Come sempre, vi auguriamo splendidi ascolti nel 2026! [Qui potete trovare le nostre scelte del 2024, 2023, 2022, 2021 e 2020.]

RosaIia – LUX 

Il quarto album di Rosalía è una litania laica che risuona tra le volte di una cattedrale costruita sulle macerie di un club a Barcellona. In Lux, la catalana abbandona così il suolo appiccicoso di reggaeton in Motomami e costruisce un altare acustico con la London Symphony al fianco e cori in tredici lingue, pronta a salvare le anime ancora intrappolate nel perreo. Il disco si regge su quattro navate – tutte centrali – iniziando dal racconto della passione terrena per chiudersi con la redenzione, in un viaggio dal corporeo all’incorporeo. Le orchestrazioni accompagnano questa ascesi con maestosità, talvolta taglienti, ma sempre capaci di filtrare un’urgenza tutt’altro che castigata. “La Perla” è una dichiarazione di guerra: un valzer velenoso in cui l’emotional terrorist è messo spalle al muro, mentre il bianco si chiazza di rosso. In “Berghain” invece siamo scombussolati: con Björk che piomba dentro come se avesse sbagliato porta, ed Yves Tumor tuonante sopra un’orchestra in stato d’allerta. Qui Rosalía mescola i piani con disinvoltura, facendo dialogare Teresa d’Ávila e Hildegard von Bingen, mentre in cuffia gira un album di Arca. La grazia però si rivela in pezzi come “Reliquia” quando Rosalia, come una santa pop, ci chiede di conservare un pezzo di lei quando non ci sarà più. Lux diventa così una guida al neon nella lotta tra desiderio divino e carnalità tanto in cielo quanto in terra. La tensione cresce fino a diventare luce, appunto, in questo responsorio massimalista che ha lo scopo di sorprendere senza gridare al miracolo: perché alla fine non conta l’immortalità, ma solo che “lo que yo hago dura”. In una traccia: “Reliquia”. (Mirella D’Agnano) 

Širom- In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper

Con il loro quinto album i Širom proseguono il percorso intrapreso dieci anni fa lungo un sentiero indipendente. Il loro è infatti un folk che non si appoggia a una tradizione riconoscibile, ma la inventa con coerenza. L’unicità del trio sloveno sta nel modo in cui trasforma il proprio arsenale di strumenti (etnici, tradizionali, dimenticati e modificati, spesso autocostruiti) in un linguaggio unitario. Non collezionismo timbrico, bensì artigianato sonoro, dove ogni elemento ha una funzione precisa dentro una tessitura rituale e ipnotica, dall’aura arcana. “No One’s Footsteps Deep in the Beat of a Butterfly’s Wings” è un buon punto d’ingresso (anche se arriva al termine dei due brani-fiume che lo precedono). Si parte con un semplice motivo pizzicato al banjo a tre corde si deposita lentamente, per poi cambiare : si addensa, sfilaccia e ricuce in un crescendo per sottrazione, per prendere infine il volo con delicatezza. Di segno opposto “The Hangman’s Shadow Fifteen Years On” lavora invece nell’ombra: una voce dal sapore arcaico emerge su archi e drones, dando alla composizione un tono rituale. Percussioni che sembrano passi introducono la parte centrale, aggressiva, dissonante e psichedelica. Da lì il ritmo si ispessisce in un intreccio di colpi su ciotole, legni e ferri, sempre più serrato, fino all’improvvisa apertura finale. Funebre e decadente conclusione di quella che forse è la fiaba oscura di chi ha convissuto con la propria colpa per un’intera vita. Il folk immaginario dei Širom parla una lingua universale, fuori da tempo e spazio. Quando tutto tace non resta un ritornello, ma la sensazione fisica di aver attraversato un paesaggio che continua a vibrare nella memoria. In una traccia: “Curls Upon The Neck, Ribs Upon The Mountain”. (Andrea Greco) 

i cani – post mortem

Come risvegliarsi da un coma, dall’aldilà: questa la sensazione dell’uscita improvvisa del nuovo album de i cani, a 9 anni dal precedente. Eppure non serviva creare clamore intorno a questo disco, perché una certa mitologia intorno al progetto di Niccolò Contessa esiste già. E così basta pubblicare un “post mortem” per affermare in realtà il contrario: la sua musica è più viva che mai. Contessa infatti non ha mai smesso di fare musica, lavorando come produttore e seguendo altri progetti dal profilo più “indie”. Questo disco segna in qualche modo una nuova fase, più introspettiva e matura, a tratti cupa ma al contempo piena di speranza. L’apertura con “io” chiarisce subito l’intento: un brano scarno, essenziale, che introduce un album più personale in cui non c’è più la Roma, come simbolo generazionale, né l’urgenza del racconto collettivo. Pezzi come “felice” colpiscono per delicatezza e fragilità, con una voce sempre più sottile che sembra dissolversi sulle note alte. Gli arrangiamenti di alcuni brani sono tenui eppure restano nelle orecchie, e travolgono come quando si attraversa in aereo una nuvola. Come “post mortem”, brano strumentale di grande intensità, solenne, quasi liturgico. In “buco nero”, “nella parte del mondo in cui sono nato” e “colpo di tosse” ritroviamo lo stile inconfondibile de i cani, tra post-punk e testi taglienti, basati su ripetizioni e osservazioni critiche della società. Più immediata e ballabile è “f.c.f.t”, con un sound electro-wave. Post mortem si impone così come uno dei migliori album del 2025: un lavoro capace di fare rumore restando in silenzio, un vero ossimoro artistico. In una traccia: “io”. (Giordana Marsilio) 

Cate Le Bon – Michelangelo Dying

Per Cate Le Bon, ormai al suo settimo album quest’anno, si può dire che sia ormai arrivata alla completa maturità artistica. In Michelangelo Dying l’elaborazione di una rottura amorosa sembrerebbe essere il tema del disco, ma in realtà possiamo considerare questo come un dettaglio secondario per concentrarsi invece sui suoni. In effetti, le recenti esperienze da produttrice per l’artista gallese (la troviamo dietro al mixer per Wilco, St Vincent, Kurt Vile, Deerhunter…) sembrano averle offerto la possibilità di ostentantare un’ulteriore sfacciataggine nelle ambizioni e una libertà artistica pressoché totale. Bisogna quindi far attenzione ai suoni, anche più che alle melodie che sono sempre state il suo forte. Ci si deve addentrare nei singoli elementi costitutivi di questo che si può definire un disco massimalista senza l’intenzione di esserlo. Si entra in Michelangelo Dying guadando tra fanghi di synth, con troppi accordi per ogni battuta e tempi finto-dispari che fungono da sabbie mobili sonore (“Jerome”). Questo è il contesto anche di altri pezzi del disco in effetti. Si gioca molto coi tempi e coi mood in Michelangelo Dying: se in “About time” si evocano i fantasmi dei Cocteau Twins,  subito dopo “Heaven Is No Feeling” risulta al limite del ballabile. Ci scappa anche la ballata su “Ride” (in cui compare un altro gallese doc, un certo sir John Cale). Le Bon non smette di continuare a cercare dentro sé e tirar fuori nuove ossessioni con cui sperimentare, e non sarebbe affatto grave se fossero tutte scuse per continuare a divertirsi giocando a fare la pop star. In una traccia: “Mothers of riches”. (Andrea Firrincieli)

Le Disque Bleu – Benjamin Biolay

È il disco delle andate e dei ritorni, dei residenti e dei viandanti, l’ultimo album Le Disque Bleu di Benjamin Biolay che scandisce il tempo della memoria e del presente. 

Il progetto musicale dell’artista vede la luce tra Parigi e Buenos Aires ed intreccia mondi e influenze sonore diverse. Nella chanson francese incastona il British pop dei sixties, la bossa nova e il jazz d’oltreoceano, creando suoni complessi e fusioni polistrumentali degni del miglior repertorio. 

Nella prima parte scorre la memoria dei ricordi e degli addii ad una Parigi onirica intrisa di malinconia; nella seconda, ci si immerge nella percezione del presente, leggero, fresco, dai ritmi sudamericani.  Il significato del disco doppio è dunque il senso del viaggio e del tempo, di quel che è stato (“Résidents”) e di quel che sarà (“Visiteurs”). Sin da “Le penseur” il suono è quello della classica chanson dalla quale si dipartirà il viaggio. “Oh, la guitare” è un omaggio allo strumento, alla partitura e ai versi del poeta surrealista Louis Aragon e ricorda la gentilezza delle corde di Harrison. “Juste avant de tomber” offre il magistrale arrangiamento orchestrale su struttura classica. In “Trois grammes” – note di arrangiamenti di piano alla Miles Davis –  e nella deliziosa “Chanson de pluie”  il ritmo del pop è scandito dal jazz e “Mes souvenirs” è un esperimento ben riuscito con la bossa nova. “Oú as-tu mis l’été?”, su un ritmo di samba a due voci, è infine la perfetta chiusura di un disco magistrale. Superbe, Mauvais garçon! In una traccia: “Juste avant de tomber” (Laura Birgilito)

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