The Beatles – I Am The Walrus


Nonostante abbia tutte le caratteristiche di un singolo, I Am The Walrus compare solo come lato B della meno interessante e più frivola Hello Goodbye, per poi figurare come traccia n. 6 dell’album Magical Mistery Tour.

I Am The Walrus viene composta nel settembre del ’67, momento particolare della carriera dei Beatles, ovvero poco dopo la morte di Brian Epstein, manager storico del gruppo dal 1961 al 1967. La scomparsa di Epstein, figura importante ed elemento di coesione per la band, segna in un certo senso l’inizio della fine dei fab four, che si concretizzerà sempre di più nel White Album, costituito da composizioni molto più personali e individuali, piuttosto che lavori di gruppo. Ma siamo anche in piena summer of love, in Inghilterra periodo di agitazione su più fronti, segnato dall’esplosione della contestazione, dal consumo di droghe e, parallelamente, dalla repressione da parte della polizia. In questo contesto, tra trip psichedelici a base di LSD (John Lennon e George Harrison sono nel pieno della loro fase di fascinazione per la cultura hindu e per gli acidi), lo shock e la rabbia per la morte di Epstein, vede la luce I Am The Walrus. Ci sono diversi aneddoti intorno al testo molto surreale del brano. Lennon lo scrisse nella sua casa a Waybridge e pare che mentre lo stava componendo sentì una sirena della polizia, e che fu proprio questa e ispirargli la struttura ossessiva del brano, che sale e scende continuamente.

Il testo poi, enfatizzato dall’interpretazione rabbiosa e aspra di Lennon, è un’invettiva contro l’establishment attraverso immagini assurde e in parte senza senso. La strofa “Yellow mutter custard…” ad esempio si ispira a una filastrocca che Lennon canticchiava da ragazzino nel cortile della scuola. Il titolo stesso del brano invece è un omaggio a un’opera molto amata da Lennon, Attraverso lo specchio di Lewis Carrol, e in particolare alla poesia The walrus and the carpenter in essa contenuta.

I Am The Walrus è un brano pieno di citazioni e di riferimenti, e non va comunque dimenticato che ai Beatles piaceva molto mettere di proposito elementi dal significato oscuro e ambiguo nei loro brani in modo da far scervellare i critici per trovare delle interpretazioni. Ma soprattutto non dimentichiamoci che «il tricheco era Paul»!  Goo-goo-goo g’joob!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *