NFO best of 2020

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Come ogni radio che si rispetti, anche per NFO è arrivata l’ora di fare i conti col 2020 musicalmente parlando. Abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri collaboratori di indicarci il loro disco dell’anno. Qui sotto trovate le loro scelte (in ordine sparso) seguite da un breve commento.

Vi e ci auguriamo altri splendidi ascolti nel 2021! 


Helena Deland – Someone New

Se andate a vedere in tutte le classifiche dei migliori dischi di fine anno, vi renderete conto di una cosa: è stato l’anno delle donne. Presenti e dominanti le top 10, da Fiona Apple a Phoebe Bridgers, da Taylor Swift a Waxahatchee… E non possiamo che esserne d’accordo. In particolare, nel 2020 il primo album della canadese Helena Deland è stato una ventata di aria fresca nella scena indie. La cosa che sorprende di più del disco è la versatilità e varietà della sua offerta: 13 canzoni che per genere spaziano dal bedroom pop, all’alt-folk ad un raffinatissimo indie rock. Il tutto senza mai perdersi in passaggi riempitivi o frivoli. Vederla su youtube nelle performance improvvisate sui tetti di Montreal, aiuta anche a capire come queste piccole narrazioni, intimiste ma per nulla prevedibili, nascano da delicati arpeggi sulla sua telecaster. I pezzi sono costruiti su timidi movimenti, mischiati con classe e aggraziati da arrangiamenti delicati. C’è una maestria nata dagli anni sui palchi suonando per altre band. Il disco le è valso elogi della critica internazionale (da Pitchfork a Les Inrockuptibles). In una traccia: “Truth Nugget”. (Andrea Firrincieli)


Emicida – AmarElo

Emicida è uno dei rapper più rilevanti della scena musicale contemporanea in Brasile, nonché una delle voci più potenti contro il razzismo nel paese sudamericano. Usando il rap come filo conduttore, in questo suo ultimo lavoro l’artista è riuscito a mettere insieme classico e moderno, riunendo eredità, riferimenti e particolarità della musica brasiliana, e interpretando il tutto con il suo personale stile. “Principia” è la traccia che dà inizio al racconto sociale di quest’album, partendo con una prospettiva positiva che parla d’amore e musicamente offre richiami ai gospel della religione afro-brasiliana Candomblé. La canzone si regge sul suono del agogô, un piccolo strumento a percussione a forma di campana originario della Nigeria e molto diffuso in Brasile. L’artista è alla continua ricerca di storie da raccontare, come quelle che provengono dalla samba delle favelas, come lui stesso ha dichiarato in un’intervista: “negli ultimi anni, ho voluto comprendere come la samba racconta una storia e, a partire da lì, elaborare un rap. Nel disco AmarElo presento questo dialogo”. Ultimamente, è anche uscito un documentario del rapper: Amarelo, é tudo pra ontem, un omaggio alla lotta antirazzista e ai personaggi afro-brasiliani del “Movimento Negro Unificado”. Lo scenario di questo lavoro è il palco del teatro municipale di San Paolo, luogo da sempre riservato all’élite bianca. In una traccia: “Principia”. (Mattia Marello)


King Krule – Man Alive!

King Krule è una delle personalità multiple di Archy Marshall. Cantante e musicista londinese, classe 1994, con Man Alive! si conferma come una delle voci più sorprendenti della sua generazione. Chi ha avuto occasione di ascoltare le precedenti tre pubblicazioni sa come questo songwriter sappia combinare con maestria post-punk e jazz, così come noise e hip hop, senza mai scadere nel banale e derivativo. Anche nei momenti più solitari dell’album troviamo al suo fianco in veste di produttore Dilip Harris (Mount Kimbie, Sons Of Kemet, Joe Armon-Jones), che ha contribuito alla creazione di un sound duro, tenebroso e deformato. Con questa quarta pubblicazione, Marshall accoglie gli ascoltatori più coraggiosi nel suo mondo personale, in una notte perenne dove il sogno vede svanire i suoi confini con l’incubo quotidiano. Tra i fantasmi potrebbe materializzarsi quello del primo Nick Cave. In una traccia: “Stoned Again”. (Andrea Greco) 


The Microphones – Microphones in 2020

Nei 44 minuti e 44 secondi di Microphones in 2020 in molti forse faranno pace col proprio 2020. Lo faranno con questo one really long song album”  che vede Phil Elvrum ritornare dopo 17 anni al progetto The Microphones, smettendo per un istante le vesti di Mount Eerie. Quest’album è il ritorno a casa da adulti dopo un lungo periodo passato via (a quanti non è toccato quest’anno?), in cui tutto parla di ricordi, aspettative e dell’innocenza della propria gioventù. In questa resa dei conti tra presente e passato nasce un album-diario da leggere, guardare ed ascoltare. Il video di quest’opera vede una successione di foto di Elvrum dei suoi vent’anni in cui è difficile non ritrovare quelle stesse speranze o propositi dei nostri e non provare quello struggimento dato dal riconoscersi pur sapendosi diversi oggi. Dopo una intro strumentale di 9 minuti, lo spoken-word di Elvrum apre ad un lento crescendo fatto di due chitarre acustiche che si inseguono su due differenti trame di accordi fino ad incrociarsi in bolle ritmiche. Il risultato è che questa spooling out repetitive decades-long song string, this river coursing through my life” inizia col diventare familiare, tanto da non poter smettere di tornarci su. Non credo quindi che esista situazione migliore per ascoltare questo album che it goes on forever” se non al volante, diretti in quei posti disarmanti che per tutti noi sono casa. (Mirella D’Agnano)


Tellaro – Fine

Fine dei Tellaro è un album che muta colore di pelle di pezzo in pezzo come un camaleonte. Le 14 tracce di cui si compone strisciano da un rock alternative  verso sbalzi ritmici, con importante presenza di una matrice pop acustica, e infine nette sterzate verso sonorità elettroniche. Qualcuno potrebbe indicarlo come un lavoro incoerente, incapace di saldarsi dentro un genere preciso ma è proprio questa la forza di questa produzione musicale che sa giocare benissimo sulle polivalenze strumentali. La linea sonora si muove tra synth, campionamenti, chitarre, banjo, percussioni e basso con un attitudine indipendente e priva di ripetizioni tipica dei progetti che vogliono allontanarsi dal mainstream. I Tellaro sono la spazio d’azione collettivo di tre musicisti (che abbiamo avuto il piacere di intervistare qualche mese fa), e i pezzi in questo disco sono stati scritti in parallelo ai loro personali progetti artistici individuali. Forse la polivalenza è anche da imputare al fatto che si tratta di brani registrati tra il 2009 e il 2018. Con questo disco, uscito solo ad inizio Ottobre scorso, loro quarto (e ahinoi ultimo!) album riescono a farci vivere emozioni più disparate: dalla commozione che si vive in alcuni pezzi come “Washy”, “Nature of Nature”, “Tellaro Just Disbanded” e “Ten Years”, si passa allo sconvolgimento come “Nitty Gritty” e “Vanished”. In questo esperimento finale, i Tellaro ci ricordano che un altro modo di concepire la musica anche in Italia è possibile. In una traccia: “Ten Years” . (Roberto Raneri)

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