Beirut – Gallipoli


Kalòs polis. Città bella. Ma certo, per qualche strana coincidenza astrale prima o poi Zachary Condon e Beirut avrebbero incontrato Gallipoli, il castello-fortezza e l’aria bizantina.

Nell’estate del 2017, Condon ha viaggiato in Italia con il produttore Gabe Wax, il batterista Nick Petree e il bassista Paul Collins fino ad arrivare a Sudeststudio, uno studio di registrazione nelle campagne di Guagnano, a nord di Lecce.  Avevano la scaletta già pronta per la registrazione. In visita a Gallipoli il gruppo si è ritrovato nel bel mezzo di una processione religiosa. “Avevamo alle spalle un’intera città” ha dichiarato Condon. Si riferiva alla processione di Santa Cristina, che si celebra ogni anno a Gallipoli l’8 ottobre. La città bizantina dà il nome anche al nuovo album, uscito il 2 febbraio 2019

Se Elephant gun mi ha traghettato da Itaca al mare magnum, ascoltare Gallipoli è stato come tornare a casa. È un album solenne tanto quanto No no no è un album più disimpegnato e spensierato. Forse è proprio il ritorno dell’organo Farfisa a dargli un’aria di sacralità. Dopo il trasferimento a New York, Condon non aveva più utilizzato l’organo negli ultimi anni perché lo strumento era rimasto a Santa Fe, a casa dei genitori. «Gallipoli è stato pensato e concepito con il mio Farfisa», ha dichiarato.
L’album si apre con un rincorrersi di mandolino e trombe in When I die, raggiunge l’acme subito con Gallipoli, vede una prevalenza di testo e voce in Varieties of exile e tocca sonorità distorte di chitarra elettrica e xilofono in sottofondo in On Mainau Island. Gauze fur Zah ricorda le sonorità di vite (e album) precedenti, mentre Corfu marca un passo differente, sembra quasi un’inversione di stile, più dimesso e riservato rispetto al tripudio di trombe in Gallipoli. We never lived here resta un po’ sottotono nonostante il sintetizzatore ed evidenzia, forse, il punto debole della voce di Condon a volte uniforme e costantemente melodica, ma tuttavia avvolgente.

Mi sono sempre chiesta cosa rendesse la musica di Beirut così attraente. La sua originalità, in sintesi la prevalenza del folk fuso alla musica indie. Prima di incidere il suo album di debutto nel 2006, Gulag Orkestar, Condon aveva lasciato la scuola a 16 anni per viaggiare in Europa con il fratello. A Parigi, dove «i ragazzi sono ossessionati dalla musica balcanica», ha raccolto le prime tracce del sound che contraddistingue il suo progetto musicale. Poi ha vissuto a Istanbul, incrocio di civiltà e culture. Da queste influenze è nata una solo band dal nome mediorientale. Dal 2006 Gulag Orkestar, The Flying Club Cup, March of the Zapotec, The Rip Tide, No no no e infine Gallipoli hanno conservato un tratto comune, cioè la prevalenza degli strumenti sulla voce e le parole. Distintamente ritornano il mandolino, re della celebre Elephant gun; il glockenspiel (un particolare tipo di xilofono di fabbricazione tedesca); il flugelhorn (un parente tedesco della tromba); e il magnifico organo Farfisa, protagonista in Scenic world, un particolare tipo di organo elettrico prodotto in Italia dall’azienda Fabbriche Riunite di Fisarmoniche, negli anni 60.

I Beirut mi hanno accompagnato in dieci anni di trasformazioni. Ci ho trovato l’espressione rassicurante di un vago senso di malinconia, di bellezza luminosa e di sonorità avvolgenti. Sarà stato un caso, anche se le coincidenze non esistono, ma il senso è diventato legame ascoltando Gallipoli.
Le trombe, la fisarmonica, i tamburi in sottofondo. Ho già vissuto quel crescendo di suoni? Me le ricordo quelle mattine terse di luglio, con il sole caldo già alle 8 e i suoni fieri della banda che arrivavano fino in camera mia. La festa patronale. La fiera dei venditori del mercato e poi subito al mare perché c’è già troppo caldo per stare in giro.
Il livello di profondità toccato dalla musica di Beirut è sottomarino. Lo è sempre stato, perché le sonorità sono proprio quelle dell’infanzia e dell’adolescenza. Santa Fe e Gallipoli non sono mai state così vicine, alla fine si sono incontrate.

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