Red Hot Chili Peppers – Californication

Californication, album dei Red Hot Chili Peppers uscito nel 1999 per la Emi e prodotto da Rick Rubin, è l’album che, da musicista, ha più condizionato il mio approccio alla chitarra.
Il grande lavoro di crossing e la commistione fra stili e influenze musicali sono gli elementi più affascinanti della formazione losangelina.

Guardando a Californication, se è vero che con questo disco i peperoncini californiani entrano definitivamente nel mercato mainstream, a cui comunque strizzavano l’occhio da qualche anno, questa loro miscela si traduce in una serie di scelte sonore originali e a tratti inedite.

Fortissima è l’influenza dell’alternative rock californiano di metà anni ‘90, su cui si innestano senza barriere rap, musica psichedelica, echi di grunge e post-rock, nonché il consueto funk-punk che i RHCP non hanno mai abbandonato. In questo calderone di riferimenti che collimano e collidono, la quadratura si trova nel lavoro compositivo del chitarrista John Frusciante, tornato nella formazione dopo anni di disintossicazione dall’eroina che l’avevano visto temporaneamente sostituito da Dave Navarro (chitarrista dei Jane’s Addiction, band molto influente in questo lavoro dei RHCP). La sua chitarra rappresenta per me il perno principale di tutto il disco, grazie ai tantissimi assoli melodici e semplici, e al sapiente lavoro di sovraincisione che ibrida spesso l’acustica all’elettrica (per esempio in This Velvet Glove o in Scar Tissue).

Come se non bastassero le chitarre, i cori e le voci di Frusciante diventano un’altra delle pietre angolari del sound, ora smorzando la tensione dei riff più aggressivi e distorti (penso ai brani Around the world o Easily), ora avvolgendo morbidamente e facendo da raccordo per tutti gli altri suoni (come nella title track o nel brano di chiusura, Road Trippin’). Queste armonizzazioni vocali arricchiscono il disco di venature retrò, che comunque non ne invecchiano il suono: anzi, paradossalmente lo rinfrescano, proprio perché accostate a generi di tendenza negli anni ‘90.
A dispetto della facilità d’ascolto dei brani gli arrangiamenti sono strutturati e complessi, e a momenti di profondo lirismo pop troviamo alternati brani che stravolgono i canoni dell’easy-listening. Sono svariati gli istanti o i fraseggi in cui basso e batteria si interpellano alternativamente fra loro, mentre la chitarra arpeggia giri e controtempi straniati ma comunque catchy (come in I Like Dirt o in Emit Remmus). Ed è anche quest’alternanza di picchi verticali e poesia che contribuisce a non appesantire l’ascolto di un disco commerciale la cui tracklist ospita pur sempre quindici brani e sfiora l’ora di durata.

Altro punto cruciale sono i testi. Negli album precedenti, fatte poche ma rilevanti eccezioni, riscontriamo spesso liriche grezze e di poco spessore. Questo lavoro conferma invece la tendenza mostrata nel disco precedente (One Hot Minute, 1995), in cui il frontman, cantante e autore Anthony Kiedes sembrava invertire la rotta intraprendendo un percorso più intimistico e spirituale. Californication segna una trasformazione ancora più grande: i testi diventano criptici. Spariscono quasi del tutto allusioni sessuali, e possiamo constatare l’abbandono dello stile nonsense in favore di una retorica che mette a fuoco le problematiche sociali e quelle dei rapporti umani. Spiccano anche richiami all’insofferenza verso il mondo dello showbiz, e alla percezione di una Los Angeles svuotata e malata. Cambia anche il modo di rappare del cantante, con pattern vocali più lenti che introducono elementi soul e R’n’B, a esprimere un’urgenza diversa, di sicuro inedita per l’artista.
Californication è un racconto cupo e malinconico di un Paese, della vita delle grandi metropoli che ospita e dei loro tanti lati oscuri. È la storia non lineare di come l’inesorabile arrivo del nuovo millennio spaventasse chi si apprestava a viverlo da uomo adulto, fra rapporti umani soggetti a deterioramenti di massa e piccole ma grandi storie di rinascite umane e spirituali.

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